mercoledì 21 giugno 2017

La dipendenza dal cioccolato, è un problema di predisposizione genetica?

La maggior parte delle persone crede che l'atto del mangiare sia un comportamento cosciente e volontario e che chiunque con lo sforzo della volontà o meglio il controllo cognitivo possa gestire la propria alimentazione e il proprio peso.

Questo è vero solo in parte, si tratta di un sistema più complesso che coinvolge meccanismi neurobiologici, psicologici e culturali. Ci sono alcune alterazioni dell'umore come la noia, lo stress e la depressione che possono innescare l'assunzione d'alimenti solo per il piacere del gusto.

In alcuni casi si arriva a parlare di dipendenza tanto che ci spinge a mangiare anche quando c'è la mancanza dello stimolo della fame.

Infatti, a essere consumati nei nostri momenti di noia, stress e depressione sono snacks e non frutta o verdura, snacks come le patatine fritte, taralli, pizza, crakers o alimenti dolci come gelati, cioccolati, bignè, torte, biscotti.


Ci sono alcuni alimenti che sono particolarmente gradevoli al palato ricchi di un mix di sale, grassi e zuccheri, che possono creare una dipendenza, attivano sistemi di ricompensa del cervello che mettono in crisi il nostro controllo cognitivo.

I nuovi prodotti alimentari si muovono su questo mix, qualcuno ricorderà che abbiamo parlato d'alimenti multisensoriali, come i pop corn caramellati, il gelato salato.

Inoltre ci sono anche molti ingredienti che vengono inseriti nei prodotti alimentari con lo scopo d'esaltare il gusto, di stimolare quelle zone del cervello legate al piacere, al fine di creare una maggiore preferenza.


A dire il vero abbiamo da sempre dei tradizionali alimenti che mandano in crisi il nostro controllo cognitivo sull'alimentazione, sono gli alimenti ricchi di zucchero e il cioccolato.

Se nelle persone normo peso, è presente una dipendenza da alimenti nelle percentuali del 5-10% nelle persone obese questa percentuale sale del 40%.

Alcuni anni fa il neuro scienziato Serge Ahmed dimostrò in uno studio sperimentale tra bevanda allo zucchero e cocaina, le cavie erano diventate più dipendenti dallo zucchero che dalla cocaina.

Il cioccolato è riconosciuto che genera o meglio stimola nel nostro cervello il circuito della ricompensa e del piacere.


Mi trovavo casualmente (non proprio) al 11° Congresso International d'Addictologie de l’Albatros, a Parigi dove il Prof.Maldonado di Barcellona ha portato un lavoro interessante sulla dipendenza dal cioccolato.

Su due gruppi di cavie, un gruppo alimentato senza cioccolato e un gruppo con alimenti con gusto al cioccolato, tutti nel gruppo di quelli alimenti al gusto cioccolato hanno mostrato una gradevolezza al gusto  ma solo il 22 per cento, circa 1 su 5, è diventato dipendente dal gusto cioccolato.

Questa sembra volerci dire che la dipendenza è anche una questione di sensibilità individuale, non tute le cavie sono diventate dipendenti dal cioccolato, come mai?


Forse la spiegazione ci arriva da un altro studio sempre presentato durante il convegno sulla dipendenza anche da altre sostanze, si è formulata l'ipotesi che un background genetico possa favorire la dipendenza alla cannabis.

Ad essere coinvolto è il gene che regola il nostro orologio interno (HES7), sembra che una variante di questo gene possa favorire una predisposizione alla dipendenza di questa sostanza. Tra i comportamenti sentinella ci sono i disturbi del sonno, che sono frequentemente associati con l'uso di cannabis.


Questi lavori presentati rendono lecito chiedersi se le dipendenze di qualsiasi tipo e genere possano avere una base o meglio un background genetico, per alcune come i prodotti a base di cannabis, abbiamo visto che questa relazione è possibile.

Non escludo che anche nella dipendenza dal cioccolato ci possa essere lo stesso meccanismo d'azione, anche se secondo me incidono più gli aspetti psicologici e neurologici, che sono questi che bisogna trattare quando una preferenza si trasforma in una dipendenza che genera patologie .

Dopo avere passato la vita alla ricerca di comportamenti virtuosi, sono arrivato a delle nuove conclusioni, sono per la felicità individuale, come diceva Oscar Wilde il segreto della felicità è cedere alle tentazioni con un minimo di controllo cognitivo, un quadratino al giorno e qualche volta anche due!


mercoledì 14 giugno 2017

L'Impero dell'Oro Rosso Concentrato

In questo periodo sto leggendo il libro "L'Empire de l'or rouge" del giornalista Jean-Baptiste Malet, nonostante il nome, non è un libro di politica, non è nemmeno un libro di denuncia ma un inchiesta mondiale sull'industria del pomodoro, in particolare sul concentrato di pomodoro, di cui il 90% della produzione mondiale è cinese.

Il giornalista illustra il percorso dell'industria di conservazione del pomodoro iniziata in Italia ed esattamente a Parma a metà dell'800, dove i contadini avevano la consuetudine di mettere al sole i pomodori a perdere il contenuto d'acqua per avere un sapore più intenso, sono partite da qui le prime sperimentazioni sul pomodoro concentrato.

Dai laboratori artigianali si passa ai primi laboratori industriali intorno al 1895, in quell'anno Parma vanta ben 16 industrie per la produzione del concentrato di pomodoro, leader nel mondo al quale si unirà qualche anno dopo all'inizio del '900 la provincia di Piacenza.

Si diffonde in tutto il mondo la cultura del pomodoro partita dall'Italia, il maggior cliente sarà il mercato degli Stati Uniti, un mercato che influenzerà le scelte future, cosi nei primi decenni del '900 il gruppo Heinz Company (quello del Ketchup) aprirà nella Cina di Mao, la prima fabbrica di concentrato di pomodoro, dando l'avvio al concentrato di pomodoro cinese.


Tuttavia bisognerà aspettare la fine degli anni '80 e l'inizio degli anni '90 dove secondo l'autore l'industria di produzione italiana del pomodoro concentrato di Parma viene dismessa in Italia e "ricostruita in Cina", sono gli italiani che forniscono il know-how per creare le basi di leader del concentrato di pomodoro in Cina.

Il paradosso è che l'Italia con Spagna, Germania e Paesi Bassi è tra i maggiori importatori di concentrato di pomodoro in Europa (il 30% dell'intera produzione cinese viene inviato in Europa), il libro sostiene che arrivano tutti i giorni dieci container di pomodoro concentrato al porto di Salerno e che poi viene distribuito alle industrie.


Il libro dedica spazio ai lavoratori che se in Sud Italia sono immigrati dall'Africa in Cina si parla di lavoratori bambini delle minoranze etniche, dei prigionieri dei gulag cinesi, in sintesi dello sfruttamento di mano d'opera a basso prezzo o gratuita per la produzione del concentrato di pomodoro.

Interessante l'aspetto agronomo dedicato alla coltivazione delle varietà di pomodoro, insieme con i genetisti hanno creato delle varietà di pomodori adatti alla concentrazione,. La vendita di prodotto fresco è rivolta alla produzione di pomodoro più ricco d'acqua.


Il libro parla anche agrimafia, di prodotti realizzati in modo non proprio tradizionale, la semplici dizione pomodoro concentrato permette di non indicare gli additivi presenti si parla di concentrato con presenza d'amido, destrosio, fibra di soia e coloranti rossi; salse da concentrato che diventano europee dopo la lavorazione, non vado nel dettaglio perché non si tratta di mie esperienze dirette ma scritte nel libro, anche se su questo tipo di prodotto non mi stupisco più di tanto.

L'invito alle aziende è chiaramente alla trasparenza ma tutte le polpe dichiarano d'essere italiane e io ci credo e poche d'utilizzare del concentrato diluito e io ci credo moltissimo, tuttavia il concentrato di pomodoro da qualche parte deve anche finire, non è che importano 10 container al giorno per tirarselo a Carnevale.


Il mio invito da sempre è quello d'adoperare solo pomodoro fresco o trasformato da voi, non ricordo più nemmeno da quanto non acquisto una conserva di pomodoro, perché non mi piace il gusto, non siamo in famiglia dei grandi consumatori di pasta con pomodoro, da dovere ricorrere a sughi pronti, polpe pronte o concentrato di pomodoro.

Un libro completo esamina l'industria del pomodoro da più punti di vista, un libro che fa riflettere di come il Pomodoro arrivato dal Sud America con la scoperta delle Americhe, utilizzata dagli Atzechi, sia diventato parte della cultura tradizionale italiana (la pasta al pomodoro, la pizza napoletana, il ragù alla bolognese, la parmigiana di melanzane).

Si è passati da un prodotto simbolo del Made in Italy a un prodotto tramite trasformazione sempre più Made in China, un percorso assolutamente globale, simbolo della nuova economia di mercato.

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